“Io non svengo mai!”

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Sembrava una tranquilla serata tra coinquiline.
Si parlava di influenze intestinali, malanni di stagione e dispettosi virus, insomma, la serata ideale per dar voce alla mia ipocondria.
Una delle ragazze aveva aperto l’argomento “svenimenti” e, una dopo l’altra, ognuna stava raccontando la propria esperienza con l’improvvisa perdita dei sensi.
Al mio turno ho esordito con un sonoro: “Devo dirvi la verità, non mi è mai capitato!”
Quello che non sospettavo era che le mie parole,  in quel momento, venivano ascoltate anche dalla persona che più mi odia in questa vita: l’universo.

Due giorni dopo, una violenta febbre colpisce il mio cagionevole, splendido, corpo.
Ragazzi, la febbre lontano da casa, è una brutta cosa!
A casa delirate nel letto, davanti alla Tv, con la costante assistenza dell’infermiera personale, la mamma.
Fuori casa deliri lo stesso. Da sola, come una matta.
Devo dire, però, che io sono stata fortunata perché le mie coinquiline, forse mosse a compassione, venivano a trovarmi nel mio lazzaretto ogni giorno e, addirittura, mi cucinavano la minestrina assicurandosi che mi nutrissi e cercassi di rimettermi in forze. Sono state splendide.
Diciamo la verità: io e la mia ipocondria, nella situazione opposta, avremmo a stento salutato dall’altro lato della porta, lontano da microbi. Ma loro no! Loro sono state coraggiose e le ringrazio.
Le ringrazio per la loro presenza costante, dal pomeriggio al mattino presto.

Buona parte della mattinata, invece, la trascorrevo da sola perché, giustamente, erano tutte in facoltà.
Dopo due giorni di febbre forte, decido, finalmente, che era giunta l’ora di raggiungere la cucina e mettere su un po’ di the per la colazione.
Perché il the, miei cari amici nordici, si beve solo quando si sta male!
La cucina è abbastanza distante dalla mia camera, ciò mi consente di evitare spuntini notturni perché figuratevi se durante la notte mi alzo dal mio caldo fodero per andare fino alla fredda cucina nell’altra ala della casa.
Ecco, diciamo che, però, se sei ammalata, una distanza simile, ti distrugge.
Arrivata in cucina stravolta manco avessi appena partecipato ad una delle battaglie in “Troy”, ho cominciato a riempire la tazza con l’acqua per metterla nel microonde.
No ragazzi, no! STAVO MALISSIMO! Non ce la facevo ad aspettare che l’acqua bollisse normalmente sul fornello!
Ho impostato il timer e mi sono seduta sconfitta davanti al microonde.

Mentre la mia tazza iniziava lentamente a girare nel fornetto, nel mio corpo, ogni osso, iniziava a formicolare e diventare molle. La testa girava più veloce della tazza.
Volevo aspettare i pochi minuti che mi separavano dalla colazione, ma dovevo mettermi a letto, immediatamente!
Mi sono alzata e tanto quanto ero giunta con la forza di Paride in cucina, tornavo in camera come “The Walking Dead”, ma con un passo più svelto: sentivo che qualcosa, in me, non stava funzionando bene. Dovevo raggiungere il letto immediatamente!
Arrivata davanti alla porta di casa (ergo, cinque passi dopo la cucina) in quello che la mia proprietaria definisce “ampio salone”, ma altro non è che l’ingresso di casa arredato con un tavolo e due stendibiancheria stracolmi, la stanza ha preso a girare e a diventare sempre più buia.
Barcollando sbatto contro il tavolo dell’ampio salone, ma riesco a fare altri due passi  per poi sbattere sulla parete opposta.
Tutto è nero attorno a me.
Ora so come doveva sentirsi Harry Potter quando incontrava i Dissennatori.
Provo a fare un altro passo, ma la gamba non mi sostiene, e invece di sentire la mamma di Harry Potter urlare, io sento me stessa gridare “Mamma” e poi giù, a terra, come una pera cotta.
Buio.

Pochi minuti dopo, riapro gli occhi.
Dalla mia posizione orizzontale riesco a vedere il letto. Alla fine, ero quasi arrivata in camera. Riesco a sentire il mio corpo, il ginocchio dolorante e la testa che continua il suo vorticare frenetico. Lontano, riesco a vedere anche qualcos’altro: il mio telefono.
Allungo un braccio, ma non ce la faccio.
Inizio a strisciare e ad allungarmi fin quanto mi è possibile per prendere l’unica cosa che può salvarmi, che può connettermi con la sola persona che può aiutarmi in questo momento: mia mamma, a 300km di distanza.
“Mamma, mamma!”
“Ue Fede! Come ti senti? Hai ancora la febbre?”
“Mamma sono a terra, aiuto!”
“Eh Fede, un po’ di pazienza! Avrai ancora la febbre alta, per questo ti senti a terra!”
“No mamma, io SONO a terra! Sono svenuta!”
“Ah!”

Rapide osservazioni:

  • Non sfidare mai l’universo fingendoti più forte di lui. Ti ascolta sempre, sa dove abiti e come punirti
  • Saper strisciare come un marine serve, perché potrebbe capitarti di svenire stando sola a casa e doverti trascinare fino a letto e rotolarci sopra come un involtino primavera
  • Una mamma sa sempre quando una figlia sta male. Lo capisce subito.

Ho chiesto scusa all’Universo.
Lo stesso Universo mi ha fatto ammalare di nuovo due settimane dopo.
Ma io lo ringrazio, perché anche se ero ormai un relitto umano, non sono svenuta!

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