Gli effetti di Gomorra su CivuoleFedeb

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“Federica, se domani pomeriggio sei libera, possiamo organizzare un caffè!”

E’ iniziata con questo messaggio la mia mattinata di mercoledì, ultimo giorno di ottobre. Ad essere precisi il messaggio mi era stato inviato la sera precedente. Stessa sera durante la quale il mio telefono aveva deciso che, internet, doveva essere un lusso per pochi e, ovviamente, io non ero compresa fra quei pochi.
Ho risposto al messaggio. Ovviamente ero libera. Ovviamente qualsiasi impegno era nulla a confronto del caffè con Lui, qualsiasi programma di studio poteva attendere e accumulare pagine allegramente e senza sensi di colpa.

L’appuntamento è stato fissato per le 15.
Avrei dovuto pranzare, ma il mio stomaco, secondo cervello dell’essere umano, mi ricordava ogni 5min dell’incontro che avrei avuto da lì a poco.
Alle 13,40 sono uscita di casa.
Arrivata alla fermata, l’autobus era già lì ad attendermi.
Vedendolo ammetto di aver pensato di essere uscita di casa troppo presto e che sarei arrivata all’appuntamento almeno un’ora prima maledicendo l’ansia e le lancette lente dell’orologio. Ma, mentre ero persa a pensare come occupare il tempo arrivando in anticipo, l’autobus si ferma.
Vedo i miei compagni di viaggio guardarsi con occhi persi, pieni di domande, incerti sul da farsi. Le porte si aprono:
“Oggi questa linea è limitata a Porta Pia, non va oltre!”
LO SAPEVO CHE NON AVEVO SBAGLIATO A PARTIRE UN’ORA PRIMA.

Vado a piedi, penso, così magari riesco anche a zittire quest’ansia alimentata dai messaggi di mia sorella “Chiamami appena finisci!” e Marianna “Ossignore, ma ti rendi conto di chi stai per incontrare?” mandati ad intervalli massimi di 3min l’uno.
Faccio un tratto a piedi. Pensavo fosse meno. Pensavo fosse molto meno.
Decido di prendere un altro autobus che si avvicini all’agognata meta.
Arrivo e trovo l’autobus fermo, porte chiuse.
“Mi scusi, tra quanto parte?”
“Eh, chi può dirlo!”
Nel frattempo sono le 14, 10. Vabbè, figurati se non arrivo in tempo.
L’autobus continua a non partire. Sto per partire io, a piedi, o prendo un taxi o un cavallo o uno pterodattilo o qualsiasi cosa! Dai, ma che figura faccio ad arrivare tardi all’appuntamento con Fortunato Cerlino.
Oltretutto, NON POSSO arrivare tardi all’incontro con Don Pietro Savastano!!!
Alle 14,30, finalmente, l’autobus decide di partire.
Alle 14,57 sono davanti al bar dopo aver maledetto due semafori pedonali che mi separavano dal punto A dove mi aveva lasciato il bus al punto B  dove dovevo arrivare io.

Vabbè ragazzi 3 minuti di anticipo, sono comunque un anticipo.
Significa che sono arrivata prima.
Ma per il mio cervello significano una cosa sola:
“Hai tre minuti per pensare esattamente a cosa sta per accadere! Arrovellarti ogni pensiero, neurone, budella. Far impazzire ogni ghiandola sudoripara. Oddio speriamo che funzioni il deodorante: ti immagini puzzo all’intervista con Don Pietro!? Federica, per l’amor del cielo, non chiamarlo Don Pietro! Per  cortesia! Lo so bene che sai tutte le battute di “Gomorra” a memoria però, per carità LUI NON E’ DON PIETRO! Non chiamarlo così, non chiamarlo Don Pietro, te lo devo ripetere ancora?   E poi stai in piedi per bene, dritta, composta che poi arriva e non è carino se risulti sciatta. E stai attenta che devi riconoscerlo tu, perché figurati se lui riconosce te!”
Nel delirio interminabile del mio cervello vedo da lontano un uomo che mi saluta.
“Ciao Federica”
Fermi tutti, Fortunato Cerlino conosce il mio nome.
“Salve, buonasera…!”
“Allora come va?”
“Ecco bbene, io beh io…può darmi un attimo per riprendermi!?”
Federica, ma per cortesia, ma cosa fai!?
“Diamoci del tu però!”
Ecco, io qui a dare del tu a Fortunato Cerlino e la mia vecchia professoressa del liceo mi impone ancora a darle del lei, roba da matti.
“Ordino un caffè, tu cosa prendi da bere?”
E nel mio cervello risuona forte un’unica frase: Biv! Famme capì se me pozz fidà e te!

Inizio l’intervista mentre al tavolo ci portano due caffè e noi sorridiamo, parliamo e ci accontentiamo di quello che non è un buon caffè napoletano.
Accendo il registratore e inizio con la prima domanda. Dopo soli pochi minuti mi rendo conto che Fortunato non è Don Pietro. Manco l’aspetto lo ricorda poi tanto. Fortunato è una di quelle persone che staresti ad ascoltare per ore. Una di quelle persone dalle quali hai voglia di imparare, e così faccio: cerco di assorbire da quell’uomo tutto quello che in un’ora può offrirmi.
Finisco l’intervista. Un uomo ci interrompe chiedendo una fotografia.
Io ne approfitto, mi allontano e cerco la cassa per pagare i due caffè.
Ho il portafoglio in mano e sono davanti al cassiere sorridente pronta a dire:
“Pago il caffè per me e Fortunato Cerlino!”
E proprio quando sto per farlo,  sento una voce alle mie spalle
“CHE STAJE FACENN!?”

Una voce che conosco, un tono che ricordo bene:
Ossantoiddiodamore ho Don Pietro Savastano alle spalle!
Alzo le mani in segno di resa, strabuzzando gli occhi e cercando di abbozzare un sorriso
“Sapevo che così ti avrei convinta a non farlo!”

Fortunato Cerlino, non è Don Pietro
Rubandogli le parole, potrei dire che è un mio incontro straordinario
Ma non offritegli il caffè, che se si arrabbia…è un attimo!

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