Fortunato Cerlino- Siamo esseri mutevoli, fatti di immaginazione e di incontri straordinari

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Mercoledì pomeriggio, davanti ad una tazzina di caffè romano che si fingeva buono quanto quello napoletano, mi sono sentita una persona fortunata. Ho scoperto che il blog, oltre alla possibilità di esprimermi, di sorridere e portarvi in giro per Roma, mi dava anche un’ulteriore occasione: incontrare persone sorprendenti.
Questo è quello che è accaduto facendo quattro chiacchiere con Fortunato Cerlino, il Don Pietro della serie “Gomorra”, ma, soprattutto, un mio incontro straordinario.

  • Perché mi hai detto si?
    Perché ho individuato nel tuo blog un’intenzione bella che è quella del buonumore, del sorriso e poi, perché ricordo da dove vengo io! Siccome quando ho provato a chiedere le cose in passato, fidandomi delle mie buone idee, non sempre dall’altra parte ho trovato accoglienza; ora che mi trovo io dalla parte di chi risponde, mi permetto di dare una possibilità a chi ritengo avere un progetto valido. Ho visto che scrivi bene, che formuli bene le cose, che c’è un’intenzione sincera alla base e, quindi, ho detto “perché no!”
  • Qual è il tuo posto preferito di Roma?
    Questa è una domanda complessa. E’ un po’ come quando ti chiedono “qual è il tuo cantante preferito”. Va un po’ a stagioni, un po’ a periodi e cambia anche con la tua identità. Adesso mi verrebbe da dirti la Porta Magica di Piazza Vittorio che è un luogo sul quale mi sono soffermato un bel po’. Forse spinto da studi shakespeariani che stavo facendo in quel periodo, mi sono molto interessato al significato di quella porta. Anche se è un campo minato, quello dell’alchimia: bisogna leggere cose di persone preparate senza scadere nella New Age o in qualcosa di inventato…però quella porta lì, continua, tutte le volte che ci passo davanti, a dirmi qualcosa.
    Non è il mio posto preferito, ma è sicuramente tra quelli.
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Foto da Google
  • Sei tu ad aver scelto Roma o il contrario?
    All’inizio è Roma che ha scelto, perché non poteva essere altrimenti: il mio lavoro si sviluppa qui. C’è stato un periodo del mio passato in cui spendevo più in biglietti di treno che in affitto!
  • Cosa manca a Roma di Napoli?
    ‘O Cafè! Scherzo dai, questo non è male! Io credo che Napoli abbia questa qualità verticale. Andrebbe immaginata come un palo dal quale puoi o scivolare in basso, parecchio in basso, o andare in alto, ma parecchio in alto. Roma ha una qualità diversa, è più legata alla storia. È strana anche per il suo essere suddivisa in quartieri, ha diverse identità. C’è una definizione che Matilde Serao ne “Il Ventre di Napoli” fa di Roma che mi piace molto: Roma è una città indifferente, perché ha visto talmente tanta storia, talmente tante personalità gigantesche che…come può accorgersi di te!? Questo però è un vantaggio ed uno svantaggio. Diciamo che mi piace di Roma questa indifferenza proprio perché riesce a lasciarti un po’ più libero. Napoli, invece, condiziona molto. Roma è fatta a zone, puoi sceglierti il tipo di vita che vuoi fare ed escludere quello che non fa per te. Manca sicuramente un po’ della “malinconia poetica napoletana”. Qui a volte c’è cinismo, anche nell’umorismo che è bello, divertente, ma manca di quella compassione tipica napoletana.
  • In una frase, chi è Fortunato Cerlino?
    No, questa è veramente impossibile: non lo so! Sicuramente non è Fortunato Cerlino. E’ il mio nome, mi chiamano così, ovviamente mi appartiene, ma mi piace quel che si crede nelle culture mistiche, dove il vero lavoro dell’uomo è cercare il proprio nome reale.
  • Quando hai capito di voler fare l’attore?
    Io ho cominciato, come molti nel mio caso, per far vedere a mamma e papà che valevo qualcosa. C’è anche da dire che io lo sono in modo anche molto particolare, credimi, a me non piace espormi. Le prime volte quando mi fermavano in strada avevo quei due, tre secondi in cui dovevo ricordarmi “perché” mi stessero fermando. Pensa che anche il mio Ufficio Stampa mi disse “guarda che adesso dovrai vestire in maniera diversa!”, per un po’ l’ho fatto, poi mi sono scocciato!
  • In quale film avresti voluto recitare?
    Ce ne sono tanti! Mi verrebbe da dire “C’era una volta in America”, ti potrei dire “Giordano Bruno” o ancora “Il nome della rosa”, la verità, però, è che è una domanda che mi mette molto in difficoltà perché io penso che noi siamo esseri mutevoli quindi, magari, i film che ti ho dato ora, potrebbero non essere gli stessi la settimana prossima o anche domani. Pensa che io non ricordo i nomi dei film, degli attori, sono uno che vive un eterno presente.
  • La persona che ha il ruolo più importante nella tua vita?Non credo ci sia una sola persona più importante. Io sono stato fortunato nella mia vita perché ho avuto incontri con persone straordinarie e ognuno di loro ha lasciato una traccia. Penso che per tutti noi sia così, siamo un po’ la somma di tutti gli incontri che facciamo. Ti posso dire la maestra Giulia che cito anche nel mio libro (“Se vuoi vivere felice”), perché in quel periodo lì avevo bisogno di un incontro importante e lei mi ha dato una serie di chiavi di lettura che poi mi hanno cambiato la vita completamente. Sicuramente lei, su tutti, è stato il primo incontro straordinario…ma non so se è vero!
  • Ancora ti capita di sentir ripetere le battute di “Don Pietro”?
    Sì, ormai è un intercalare comune! Anche se poi restano delusi perché quando mi incontrano, mi sentono parlare bene italiano e mi dicono “Ah, ma allora nun si Don Pietro?” Quindi mi capita spesso di creare questo shock, a volte voluto perché ,soprattutto quando incontro ragazzi giovani, mi piace creare immediatamente una distinzione.
  • Don Pietro e Don Alfonso (“Romolo+Giuly”) sono cugini alla lontana. Impersonando questi ruoli hai capito quali sono le motivazioni, gli scopi che muovono queste persone a condurre una vita simile?
    Le nuove forme di violenza sono figlie di una filosofia orribile, secondo me, che è quella dell’Essere perché si ha qualcosa. Io sono cresciuto in una famiglia abbastanza povera, ma ricordo anche che le persone che stavano bene, avevano bisogno di un paio di scarpe l’anno, due forse. Adesso, invece, questa possibilità di comprare, di avere quell’oggetto che dopo un mese è già vecchio, ha finito col consumare anche noi. E’ una forma di povertà tutta nuova, una forma di rabbia forse addirittura di paura che ha generato anche violenze di carattere diverso. Ha generato una camorra di carattere diverso. Quindi sicuramente i motivi per cui lo si fa sono cambiati: è sempre per povertà, ma di un genere nuovo. Credo che il secolo breve ci abbia un po’ fregati tutti perché non è vero che è finito, perché stanno ancora crollando modi di pensare e di vedere il mondo. L’ultimo baluardo, sarà proprio quello del consumismo. Ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma prima o poi la gente si renderà conto della cecità che procura il possedere oggetti.
  • Se non avessi fatto questo lavoro, chi saresti ora?
    Da bambino volevo fare l’astronauta, poi anche il cantante, lo scrittore, ma penso che alla fine avrei fatto questo lavoro!
  • L’aneddoto più divertente vissuto sul set?
    Sembrerà strano, ma una crisi di panico in palcoscenico che però ho vissuto in maniera “divertente”. Mi sentivo dissociato da quello che stavo vivendo e quindi avevo paura, ovviamente, ma nel frattempo mi vedevo da fuori e mi godevo quella sensazione di distacco. Quindi da quel momento in poi ho capito che sì dovevo andare su quel palco, ma anche no, potevo andarmene! Quindi è stato strano, ma anche liberatorio.
  • Film, libri, teatro, quale “categoria” ti qualifica meglio?
    Nella narrazione. Io credo che la fantasia, l’immaginazione, siano qualcosa di molto concreto. Noi siamo talmente presuntuosi che spesso diciamo che l’immaginazione e la fantasia siano cose “per perdere tempo” o per diletto. In realtà noi siamo obbligati ad immaginare ogni nostro giorno. Il legame che esiste tra il mondo concreto e il mondo del sogno, dell’immaginazione, è forte perché non sono altro che la stessa cosa. Sono due manifestazioni dello stesso concetto. Quindi amo la narrazione proprio perché riesce ad arricchire i sogni delle persone.
  • Qual è la tua serata ideale?
    E’ sicuramente qualcosa di intimo. Non sono un tipo che ama esporsi, ci sono delle situazioni in cui sono obbligato, ma, quando posso, evito. Penso più a qualcosa legato ad un libro, un film, una chiacchiera anche in casa. Cose più piccole, più quotidiane.
  • Chi vorresti come ospite a cena?
    Il Dalai Lama. Mi piacciono le persone straordinarie, le persone di carattere, mi piacciono i rapporti importanti.
  • Quando hai intrapreso la pratica buddista tibetana?
    E’ un insegnamento che nasce nella cultura tibetana, non è una religione, ma una filosofia, come lo zen! Io racconto sempre questo aneddoto che a molti fa ridere, ma per me nasconde ancora un velo di tristezza: io sono uno dei pochi abbandonati dai Testimoni di Geova! Li accoglievo a casa perché ero curioso; si presentarono in due, poi in quattro, poi arrivò il capo della congregazione e poi… mi hanno abbandonato! Ho sempre avuto una grande sete di ricerca, come se avessi un altro senso che mi avesse fatto percepire il reale, in maniera diversa. Il motore di quest’agitazione che ci circonda, veniva chiamato con diversi nomi, Dio, Buddha, io ho affrontato e studiato diversi testi, perché ne ero incuriosito. E poi, ad un certo punto, mi sono imbattuto in questa filosofia e mi sono fermato, per il momento.
  • Com’è cambiata la tua vita dal 23 agosto 2017?
    E’ nata mia figlia, Delfina. E’ atterrato un alieno nella mia vita! Io vedo come mia figlia guarda la luce, ad esempio, e ne sono invidioso. Ho davanti una persona che non ha struttura cognitiva che vive di un presente continuo, di emozioni e non si può spiegare le cose. L’unica cosa che la tiene in vita è l’affetto. E’ grazie a quello che si sente protetta, che esiste qualcosa di cui può avere fiducia. I bambini sono veramente gli alieni. Vengono al mondo e tu stai lì, li osservi. È stata una grande esperienza incontrarla.
  • Come immagini Delfina da grande?
    Non la immagino e non voglio farlo. Voglio che si presenti ogni giorno in trasformazione. Anche perché altrimenti rischio di influenzare qualcosa, e non voglio. Le darò solo tutto quello che posso darle.
  • Quali sogni si nascondono nel cassetto?
    Mi piacerebbe una mattina svegliarmi e in me, e nelle persone che incontro, svanisse la stupidità. Il che vuol dire, svanisse la paura. Perché mi terrorizza veramente la stupidità.
  • Mi dai il primo consiglio che ti passa per la testa?
    Se tu hai votato questo blog al sorriso, cerca di riflettere molto sul sorriso. “E’ bello ed è allegro soltanto ciò che è serio”. Mi piacerebbe consigliarti di promuovere un “sorriso consapevole”, quello che senti dentro più che sul viso.
  • Quanto conta la fortuna nella vita?
    Sono tre gli elementi che contano: il talento, la fortuna e la capacità organizzativa. E ne bastano anche solo due di questi per fare grandi cose. Conosco persone che non avevano un grande talento, ma una grande fortuna e una spiccata capacità di pianificare! Mi è parso di capire che sono questi i tre elementi capaci di avvicinarti al tuo progetto.45425986_10155551346270563_4060890792388984832_n
    Leggi il Backstage dell’intervista!

 

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